Bambini (alla NGA, ma non solo)

Girando per musei di bambini, qui negli Stati Uniti, se ne incontrano davvero tanti: veri e dipinti.

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Un San Giovanni Battista adolescente, sullo sfondo della mia Firenze (di Jacopo del Sellaio)

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Il bambino della fortuna (di Tiziano)

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Sono sempre bambini, affettuosi, un po’ gelosi e un po’ dispettosi anche se sono santi (Giuda, Simone e Giuseppe). Di Bernhard Strigel

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C’è chi ha il gattino e chi la scimmietta (Anthony Van Dyck)

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Aveva un padre poco raccomandabile (soprattutto come marito), ma lui è un gran bel bambino (ed un magnifico ritratto): Edoardo VI, figlio (finalmente!) maschio di Enrico VIII, di Hans Holbein.

E poi un po’ di bambini in carne ed ossa…..una delizia….ma perché i nostri non vanno nei musei se non imbrancati in terribili gite scolastiche?

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11 commenti
  1. sandalialsole ha detto:

    Perché i loro genitori per primi non ci vanno e associano la parola museo a un’idea di noia e di dovere, escludendo qualsiasi forma di piacere. Non solo. Siccome il museo diventa dovere e si associa all’idea dell’imparare, l’accoppiata museo-scuola è quasi automatica. E questo la dice lunga anche sul come si proponga, a livello educativo, anche tutto il percorso scolastico ai bambini. E’ una generalizzazione, tagliata un po’ con l’accetta, ma poiché da madre me lo sono domandata anche io, alla fine sono arrivata a questa ipotesi.
    Per altro, si tende anche a dare ai bambini dei percorsi predefiniti, sulla base di quanto la nostra cultura o la nostra conoscenza o ancora il nostro gusto ritengono importante. Lasciarli sperimentare e scoprire, invece, dà spesso risultati sorprendenti, a loro per primi.

    • È un discorso complesso che va oltre, secondo me, il museo. Se vuoi lo possiamo un po’ ricollegare a quello che facevo nel post su Scienza e Storia, parlando delle iscrizioni didattiche che qui trovi ovunque.
      Mi convinco sempre di più (ma è facile accorgersene, devo dire, anche alla prima visita) che gli Stati Uniti hanno un concetto della “disseminazione” ( che è un brutto termine, in italiano, un evidente prestito dall’inglese…..ma anche questo è significativo….che a noi manchi proprio, anche linguisticamente, questa idea).
      È tutta la società che è improntata così: la cultura va trasmessa, perchè sostanzialmente sta in grandi contenitori avulsi da un contesto e quindi bisogna far di tutto perchè da questi contenitori si travasi nel “niente” che le sta intorno.
      Da noi, con la frequentazione quotidiana e immersi va, invece, del contestobe nel contesto, con un senso della storia che c’è (c’era?) anche negli strati più bassi della popolazione, non si sente questa esigenza.
      Quello che un bambino (ma anche un adulto non colto) americano deve trovare nel percorso didattico di un museo, noi diamo per scontato che già, sia bambino che casalinga di Voghera, lo abbiano respirato e assunto per osmosi da quando sono nati.
      E il museo è e rimane quello che è sempre stato: un’esperienza culturale elevata, cui su accede quando si ha già una aspettativa, una esigenza e quindi una preparazione, almeno di base, che vuole accrescersi.
      Poi c’è invece tutto quello che il museo come evento di massa, turismo mordi e fuggi, bisogno indotto (DEVI vedere la Gioconda, sennò non sei stato a Parigi) si porta dietro, almeno da 30 anni a questa parte. Un tipo di esperienza e di fruizione che si sovrappone all’altra e che la va sostituendo, distruggendo il buono che comunque, anche in questo aspetto un po’ elitario, c’era.
      E alla quale, ancora, non siamo preparati, non sappiamo dare risposte adeguate

  2. sandalialsole ha detto:

    p.s. Ieri sera in tv c’era il tuo sindaco insieme a Vittorio Sgarbi: che accoppiata. Renzi ha scritto un libro. Se non ho capito male sostiene che Dante sia stato una sorta di antesignano della sinistra, che Cosimo de’ Medici possa essere annoverato come il primo rottamatore e che i Medici tutti insieme fossero favorevoli alla patrimoniale. Il tutto sotto il titolo Stil Novo. Stendiamoci una coperta pietosa, che forse è meglio.

    • E continua a chiamarlo il “mio” sindaco!!!!
      Rigira, sì, il coltello nella piaga…..
      Lo vuoi capire che io ormai sono un’apolide!?!:)

      • sandalialsole ha detto:

        :)))) lo so lo so. E’ che quando lo vedo mi viene un nervoso e automaticamente mi vieni in mente tu. Soprattutto quando, come in questo caso, non parla di amministrazione cittadina, ma di ben altro. Facciamo che d’ora in avanti lo chiamerò il “loro” sindaco. 🙂

  3. margherita ha detto:

    concordo con quanto detto da Miti, ma ce li vedi tu i bambini delle nostre scuole seduti per terra a disegnare? subito un solerte custode li riprenderebbe, Siamo troppo vecchi dentro, da noi scene del genere sarebbero vissute come un oltraggio al luogo.

    • sandalialsole ha detto:

      No questo non è vero. Io li ho visti, a Milano e non solo, li ho visti seduti per terra a disegnare, o spanciati sul pavimento per guardare il quadro da una prospettiva diversa, e li ho visti anche accompagnati in visite fatte apposta per loro, dove il concetto di scoperta viene prima delle “nozioni” . Io, lo dico, punto il dito più sull’aspetto genitoriale. Perché se l’idea del museo annoia un adulto, se si pensa di poter barattare una visita con un gioco, un gelato, una giostra, si innesca di nuovo il meccanismo del prima-il-dovere-e-poi-il-piacere, nel quale il ruolo del piacere non è certo quello che deriva dall’arte.

    • A voi è forse sfuggito un fatto: quella bambina era col padre: e disegnavano ENTRAMBi!

  4. concordo anch’io con Miti e pure con Margherita, non solo perché nei nostri musei sembra si debba stare ingessati, anche perché i bambini italiani (non tutti, non sempre) sono “faticosi”. Alla fine l’è colpa delle mamme! Pensavo ai bambini parigini, con le mamme che mai li sgridavano, ma li seguivano con gli occhi. Qui è tutto un vociare e … perder di vista.

    Tra i bambini dipinti mi inquieta quello di Van Dyck, mentre adoro Tiziano

    • sandalialsole ha detto:

      Facciamo delle mamme e magari anche un po’ dei papà? 🙂 Battute a parte, io punto sulla genitorialità. Sulla fruibilità e sulla libertà del bambino di godere dell’opera d’arte in modo diverso da un adulto, le mie esperienze, anche in Italia, sono positive. Certo, bisogna informarsi. Ma perché se io vado al British Museum, a Londra, mi perito di chiedere il percorso per i bambini e in Italia non ho la stessa accortezza? Oggi via Internet si riesce a sapere in anticipo come ogni museo è strutturato e ci si regola di conseguenza. A Vienna, al Belvedere, non avendo capito se ci fosse o meno un programma per i ragazzi, avevamo organizzato noi per i più piccoli una sorta di caccia al tesoro, nella quale dovevano trovare dieci opere “nascoste” nel museo. E si sono divertiti.

      • facciamo anche dei papà (o babbi, come si dice a Firenze). Il padre assente è il complementare della mamma italiana chioccia-padrona (oh, tutti i clichés sono sbagliati, si fa pour parler).
        A Milano, con un’amica pugliese attualmente residente a Lodi, nella gita della primavera scorsa, abbiamo portato due bimbi (attenti e poi divertiti) alla mostra degli impressionisti e c’era il percorso per i bambini … dipende moltissimo dai genitori, sì, dalla voglia di trasmettere un piacere. E da un minimo di impegno e attenzione 🙂

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