Mangiare italiano

Per il pranzo della recentissima Pasqua avevo deciso di invitare degli amici (due coppie che, insieme, fanno 4 nazionalità diverse, una tedesca, una cilena, un inglese/gallese ed un americano DOC), tre dei quali sono “scholars già ben trained”, non “training”, come me 🙂
Comunque: l’idea era di preparare un pranzo di Pasqua veramente italiano.
Ma per far ciò ci voleva un negozio che mi vendesse cibo autentico, non le contraffazioni immangiabili che vi ho fatto vedere finora, né i prodotti da importazione. Sì, perché ho scoperto che anche ditte nostrane, come per esempio la Barilla o la Lavazza, preparano e confezionano merce modificata per adattarla ai gusti americani.

Insomma, cerca che ti cerca, ho finalmente messo insieme un po’ di informazioni sparse su internet che convergevano verso un solo negozio, che promettentemente si chiamava Litteri ed era all’interno di un’area di mercato solo alimentare, periferico.
Mi sono armata di borse e sono partita.
Incontrando subito l’aria stupita e le domande di un taxista che mi chiedeva “Are you sure, Mad’m? It is not for you?”.
Io ero sicura, molto tranquilla, ma in effetti, appena arrivata sul posto ho capito che forse aveva ragione lui.

Il “mercato” è un agglomerato incredibile di baracche e vecchi magazzini, che si presenta malissimo ed è frequentato ancora peggio.

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A prima vista, solo “negozi” indiani e cinesi

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Poi, finalmente, eccolo, il mitico “Litteri”, la mia agognata meta

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Convengo che dall’esterno non sia un granché……e nemmeno l’interno, in realtà ….

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Una botteguccia uccia uccia, stipata all’inverosimile, come erano certi negozietti di paese degli anni ’60 da noi. Ma tutta piena di roba VERAMENTE italiana

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Da perderci la testa (dal disordine e dalla simpatia: un proprietario di una certa età che non parla una parola di italiano, immigrato di quarta generazione, che chiedeva a me i consigli, le ricette, le giuste pronunce e mi strizzava l’occhio sui prezzi, scontandomi tutto .
Insomma, una avventura carina, ma certo da affrontare solo per occasioni speciali

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13 commenti
  1. sandalialsole ha detto:

    A parte le Calabrese Olives della foto 7 e la concessione al Patrami dell’ultima, geniale il messaggio sulla lavagnetta. Alla fine un minimo di tecnologia (non le email, ma il buon vecchio fax) aiuta e fa contento il cliente. Purché gli si lasci una mezzoretta di tempo!

    • E rimangono tutti lì, per quella mezz’oretta (anche perché non c’é molto da andare in giro), chiacchierando, ridendo, ricreando un po’, se non fosse per la lingua, una atmosfera che si trovava proprio nei primi anni ’60 nelle botteghe italiane di paese, che erano anche un po’ un luogo di incontro per la gente

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  2. sandalialsole ha detto:

    Però mi resta una curiosità: alla fine, cosa hai cucinato per questa Pasqua tra Scholars, più o meno trained? 🙂

    • Per antipasti: prosciutto, tocchetti di mozzarella di bufala, uova sode semplici e uova sode con acciughe, tocchetti di pecorino e (concessione al gusto locale) un corn bread. Poi ravioli ripieni di ricotta e altri formaggi conditi con burro, salvia e parmigiano. Agnello arrosto con patate arrosto (quelle buonissime della Virginia con buccia rossa che ricordano le nostre di Colfiorito), inalata di pomodori. Poi una concessione alla cucina greca: fragole e frutta secca con yogurth greco (di quello fantastico che a Firenze non riesco a trovare). E per dolce ho dovuto prendere dei Ferrero Rocher, pur di avere un po’ di cioccolata.

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    • sandalialsole ha detto:

      In effetti anche Soppressata Hot è una chicca 🙂

      • È stata una fonte di discussione col proprietario: era un banale salame calabrese. Gli ho detto di minacciare il produttore che non si sarebbe fornito più da lui se non modificava l’etichetta

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      • È il misto, il cocktail, l’insalata etnica, culturale e culinaria che fa il fascino di questi luoghi

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  3. Helga ha detto:

    Quel negozio mi ricorda un ‘supermercato’ in Puglia, solo che li non vendevano Ham capicolla 😀

    • Sembra, come ho detto, l’Italia dei primi anni ’50. E certo in alcuni sperduti paesi si trovano ancora anche in Italia, negozi così

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  4. margherita ha detto:

    mitico!! son quei posti che ti restan nel cuore… ma chi li frequenta??

    • Non saprei. C’erano in giro molti indiani e cinesi. Tanti neri che vendevano altra “roba”. Ma dal nostro Litteri, di italiani manco l’ombra. Americani di periferia, un po’ stazzonati e molto low profile. A meno che non fossero i maggiordomi, in incognito, dell’alta aristocrazia washingtoniana, quelli che vivono a Georgetown (il quartiere dove era nata e cresciuta Jacqueline Kennedy, per intendersi)

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  5. renata ha detto:

    Se a Firenze fai un giro all’Osmannoro è più o meno così. E come quando ad Avignone promettemmo di fare un tiramisù in anni nei quali il mascarpone in Francia era introvabile…e non c’era ancora internet ad aiutare nella ricerca!

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