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Archivio mensile:giugno 2012

Continuando con sporadici, ma “pregnanti” ricordi del mio soggiorno negli Stati Uniti, facciamo un breve excursus tra la moda locale.
Abiti da sera, sì, ma a poco prezzo!
In nessun luogo come nella patria del consumismo è invece presente e vivo il fenomeno del riciclare, del riproporre quello che si usa magari una volta sola nella vita.
Quindi abiti da sposa, sì, ma anche abiti da sera, di quelle serate eccessive, lustre, luccicanti, colorate, come solo qui si possono avere.
Le fiere vintage, il vintage stesso, ma anche l’introdurre nella categoria “vintage” epiche e mode sempre più recenti, trovano un grandissimo favore negli USA.
Chi non ricorda il favoloso basement di Filine’s a Boston? Malauguratamente chiuso (e per sempre!, pare) da pochi mesi.
Adesso l’indirizzo di riferimento a NY pare sia il Loehmann’s store, sulla Settima Avenue, tra la 16th e la 17th, West Side, zona Chelsea.
Pare si possano trovare affari colossali.
Sarà questione di momento, o forse di gusti: a me non è sembrato poi questa meraviglia, né dal punto di vista dei prezzi né da quello della scelta.
Comunque…..ecco un assaggio degli abiti da sera (giocando con l’inutilità):

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Per finire una chicca: le scarpe!!!

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La “nail art” impazza, negli Stati Uniti.
È esercitata soprattutto da estetiste (?) cinesi e indiane. Anzi, tiranni cinesi, sia uomini che donne, che in antri improbabili schiavizzano piccole donne orientali di varia nazionalità, impaurite e che probabilmente vivono quasi solo delle mance che ricevono.
Comunque si trovano questi negozietti per pedicure e manicure ovunque ed è difficile resistere alla tentazione…
Anche per me, che pur usando smalti a gogó per le unghie dei piedi, non mi ero MAI dipinta le unghie delle mani.
E quindi: mai dire mai…!

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Una “falsa” French Manicure (mai avute le unghie abbastanza lunghe per fare quella vera)

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E poi le mie preferite, rosso fegato:)

Una guerra di cui non posso, ovviamente, avere nessun ricordo diretto. La sentivo nominare solo in relazione alla guerra del Vietnam, nella proteste, il tipico slogano che certo qualcuno ricorda : “Ieri Corea, oggi Vietnam”.

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Sul Mall di Washington, tra i vari Memorial, quelli classicheggianti dei primi presidenti, quelli più recenti, spicca questo, strano, un po’ kitsch, con grandi statue in un materiale che sembra piombo, di soldati dalle espressioni esasperate e un po’ grottesche, quasi un norme plastico tridimensionale ricavato da un’opera di Ensor.
Camminano, avanzano, in assetto di guerra in uno spiazzo con bassi cespugli di ginepro. Dubito che possa adeguatamente rappresentare paludi e pianure coreane….comunque….

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Poi c’è il laghetto, una memoria quasi zen della morte, i colorati ragazzini delle immancabili gite scolastiche, a contrastare il grigio e quei simulacri vuoti.

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Gli ologrammi sul muro di granito.

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E una scritta che non dimentichi.

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A Central Park non ci sono solo i Memorial di personaggi celebri.
Passeggiando lungo i viali si incontrano ricordi di persone qualsiasi che hanno amato quel luogo e che, preparandolo in anticipo o grazie ad amorevoli eredi, sono ricordati in modo carino e minimalista.
Sulle panchine.

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I figli di coppie eternamente idealizzate, il solitario che amava passare lunghe ore nel parco, i caduti dell’11 settembre, un amabile ( e forse temibile) gruppo su vecchie amiche che si riunivano per pranzo….si potrebbe seguitare a lungo.

Chiudiamo con le foto di rito, matrimonio col Parco come quinta. Tutto il mondo è paese. Generazioni future guarderanno quelle foto e sarà in sassolino in più nel definire quel luogo come luogo della memoria, individuale e collettiva.

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( ma avete notato che sono quasi solo i cinesi a sposarsi?)

Anzi, nel “Parco” scritto con la lettera maiuscola, in Central Park.

Gli Stati Uniti, le città della East Coast, almeno, hanno avuto, fin dalle loro origini, bisogno di un “parco”, un’aerea verde comune da adibire a luogo di incontro, di svago collettivo, come il Central Park di New York.
Ma anche per pascolo e raccolta di fieno per chiunque volesse allevarsi un proprio gregge “cittadino”: e questo è il Common di Boston, dove pare che ancor oggi sia in vigore una legge che permette al bostoniano di andare a fare fieno nel parco, se vuole.
O parchi cella memoria, come il Mall di Washington DC, nato per essere luogo di parate, di celebrazione e di raccolta della storia della nazione.

Poi, ampliandosi le città e diventando questi parchi sempre più importanti nella vita collettiva, si sono popolati di memorie vere o elettive, di storie, di leggende, di fantasmi.
Il Common di Boston ne alleva di autoctoni, avendo dedicato una parte a cimitero, le cui lidi, cancellate e dimenticate dal tempo permangono, quasi spettrali memento mori della città.

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New York celebra in altro modo, storie vere e storie inventate

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Hans Christian Andersen e il brutto anatroccolo

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Il cane Balto

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Alice in Wonderland, sempre carica di bambini arrampicati ovunque, sul cappellaio matto, sulla lepre marzolina, su Alice stessa….

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Il simbolico Padre Pellegrino

Per poi arrivare anche a memorie moderne

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Stawberry Fields, il Memorial di John Lennon, ucciso pochi metri più in là, davanti allo splendido (e spettrale Dakota Building in cui abitava, lungo il parco

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E oggi, devo dire, che di questo composto e veneratissimo luogo della memoria, quello che colpiscono di più sono le sue vestali

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Naturalmente il motto è “politically correct sempre”. E integrazione.
Anzi, costruire una società che sia “democratic and inclusive”.
Ma anche qui, come sempre, non bastano le parole. E spesso la società è “inclusive” solo di facciata (o, se vogliamo essere generosi) di volontà.
In realtà come sappiamo bene e proprio noi, paese di recente immigrazione, è il razzismo subdolo ad essere il più difficile da sradicarsi.
Capita quindi che negli Stati Uniti governati dal primo presidente nero della storia, i particolari siano illuminanti.
E certe lezioni si imparano dalla vita quotidiana, per esempio alla scuola dei grocery shops

Linee dedicate di prodotti di bellezza.
E fin qui…….

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Peccato poi che proprio l’indicazione del nome del reparto sia quanto di più scopertamente razzistico possa esistere.
(che ovviamente per dimostrarsi di intenzioni politically correct sembra che basti evitare di nominare il oltre della pelle……..)

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