archivio

Archivio mensile:giugno 2012

Continuando con sporadici, ma “pregnanti” ricordi del mio soggiorno negli Stati Uniti, facciamo un breve excursus tra la moda locale.
Abiti da sera, sì, ma a poco prezzo!
In nessun luogo come nella patria del consumismo è invece presente e vivo il fenomeno del riciclare, del riproporre quello che si usa magari una volta sola nella vita.
Quindi abiti da sposa, sì, ma anche abiti da sera, di quelle serate eccessive, lustre, luccicanti, colorate, come solo qui si possono avere.
Le fiere vintage, il vintage stesso, ma anche l’introdurre nella categoria “vintage” epiche e mode sempre più recenti, trovano un grandissimo favore negli USA.
Chi non ricorda il favoloso basement di Filine’s a Boston? Malauguratamente chiuso (e per sempre!, pare) da pochi mesi.
Adesso l’indirizzo di riferimento a NY pare sia il Loehmann’s store, sulla Settima Avenue, tra la 16th e la 17th, West Side, zona Chelsea.
Pare si possano trovare affari colossali.
Sarà questione di momento, o forse di gusti: a me non è sembrato poi questa meraviglia, né dal punto di vista dei prezzi né da quello della scelta.
Comunque…..ecco un assaggio degli abiti da sera (giocando con l’inutilità):

20120629-092226.jpg

20120629-092246.jpg

20120629-092302.jpg

20120629-092332.jpg

20120629-092356.jpg

Per finire una chicca: le scarpe!!!

20120629-092549.jpg

La “nail art” impazza, negli Stati Uniti.
È esercitata soprattutto da estetiste (?) cinesi e indiane. Anzi, tiranni cinesi, sia uomini che donne, che in antri improbabili schiavizzano piccole donne orientali di varia nazionalità, impaurite e che probabilmente vivono quasi solo delle mance che ricevono.
Comunque si trovano questi negozietti per pedicure e manicure ovunque ed è difficile resistere alla tentazione…
Anche per me, che pur usando smalti a gogó per le unghie dei piedi, non mi ero MAI dipinta le unghie delle mani.
E quindi: mai dire mai…!

20120623-204037.jpg

Una “falsa” French Manicure (mai avute le unghie abbastanza lunghe per fare quella vera)

20120623-204524.jpg

E poi le mie preferite, rosso fegato:)

Una guerra di cui non posso, ovviamente, avere nessun ricordo diretto. La sentivo nominare solo in relazione alla guerra del Vietnam, nella proteste, il tipico slogano che certo qualcuno ricorda : “Ieri Corea, oggi Vietnam”.

20120613-231840.jpg

Sul Mall di Washington, tra i vari Memorial, quelli classicheggianti dei primi presidenti, quelli più recenti, spicca questo, strano, un po’ kitsch, con grandi statue in un materiale che sembra piombo, di soldati dalle espressioni esasperate e un po’ grottesche, quasi un norme plastico tridimensionale ricavato da un’opera di Ensor.
Camminano, avanzano, in assetto di guerra in uno spiazzo con bassi cespugli di ginepro. Dubito che possa adeguatamente rappresentare paludi e pianure coreane….comunque….

20120613-231638.jpg

20120613-231723.jpg

20120613-231744.jpg

20120613-232040.jpg

20120613-232145.jpg

20120613-232956.jpg

20120613-233015.jpg

Poi c’è il laghetto, una memoria quasi zen della morte, i colorati ragazzini delle immancabili gite scolastiche, a contrastare il grigio e quei simulacri vuoti.

20120613-232411.jpg

20120613-232506.jpg

Gli ologrammi sul muro di granito.

20120613-232712.jpg

20120613-232733.jpg

20120613-232802.jpg

E una scritta che non dimentichi.

20120613-233149.jpg

A Central Park non ci sono solo i Memorial di personaggi celebri.
Passeggiando lungo i viali si incontrano ricordi di persone qualsiasi che hanno amato quel luogo e che, preparandolo in anticipo o grazie ad amorevoli eredi, sono ricordati in modo carino e minimalista.
Sulle panchine.

20120607-232044.jpg

20120607-232117.jpg

20120607-232131.jpg

20120607-232225.jpg

20120607-232339.jpg

20120607-232430.jpg

20120607-232446.jpg

20120607-232534.jpg

I figli di coppie eternamente idealizzate, il solitario che amava passare lunghe ore nel parco, i caduti dell’11 settembre, un amabile ( e forse temibile) gruppo su vecchie amiche che si riunivano per pranzo….si potrebbe seguitare a lungo.

Chiudiamo con le foto di rito, matrimonio col Parco come quinta. Tutto il mondo è paese. Generazioni future guarderanno quelle foto e sarà in sassolino in più nel definire quel luogo come luogo della memoria, individuale e collettiva.

20120607-233502.jpg

( ma avete notato che sono quasi solo i cinesi a sposarsi?)

Anzi, nel “Parco” scritto con la lettera maiuscola, in Central Park.

Gli Stati Uniti, le città della East Coast, almeno, hanno avuto, fin dalle loro origini, bisogno di un “parco”, un’aerea verde comune da adibire a luogo di incontro, di svago collettivo, come il Central Park di New York.
Ma anche per pascolo e raccolta di fieno per chiunque volesse allevarsi un proprio gregge “cittadino”: e questo è il Common di Boston, dove pare che ancor oggi sia in vigore una legge che permette al bostoniano di andare a fare fieno nel parco, se vuole.
O parchi cella memoria, come il Mall di Washington DC, nato per essere luogo di parate, di celebrazione e di raccolta della storia della nazione.

Poi, ampliandosi le città e diventando questi parchi sempre più importanti nella vita collettiva, si sono popolati di memorie vere o elettive, di storie, di leggende, di fantasmi.
Il Common di Boston ne alleva di autoctoni, avendo dedicato una parte a cimitero, le cui lidi, cancellate e dimenticate dal tempo permangono, quasi spettrali memento mori della città.

20120607-000314.jpg

20120607-000334.jpg

20120607-000355.jpg

New York celebra in altro modo, storie vere e storie inventate

20120607-000703.jpg
Hans Christian Andersen e il brutto anatroccolo

20120607-000959.jpg

Il cane Balto

20120607-001156.jpg

Alice in Wonderland, sempre carica di bambini arrampicati ovunque, sul cappellaio matto, sulla lepre marzolina, su Alice stessa….

20120607-001521.jpg

Il simbolico Padre Pellegrino

Per poi arrivare anche a memorie moderne

20120607-001634.jpg

20120607-001656.jpg

20120607-001713.jpg

Stawberry Fields, il Memorial di John Lennon, ucciso pochi metri più in là, davanti allo splendido (e spettrale Dakota Building in cui abitava, lungo il parco

20120607-001947.jpg

20120607-002006.jpg

20120607-002030.jpg

20120607-002045.jpg

E oggi, devo dire, che di questo composto e veneratissimo luogo della memoria, quello che colpiscono di più sono le sue vestali

20120607-002220.jpg

Naturalmente il motto è “politically correct sempre”. E integrazione.
Anzi, costruire una società che sia “democratic and inclusive”.
Ma anche qui, come sempre, non bastano le parole. E spesso la società è “inclusive” solo di facciata (o, se vogliamo essere generosi) di volontà.
In realtà come sappiamo bene e proprio noi, paese di recente immigrazione, è il razzismo subdolo ad essere il più difficile da sradicarsi.
Capita quindi che negli Stati Uniti governati dal primo presidente nero della storia, i particolari siano illuminanti.
E certe lezioni si imparano dalla vita quotidiana, per esempio alla scuola dei grocery shops

Linee dedicate di prodotti di bellezza.
E fin qui…….

20120605-235653.jpg

20120605-235709.jpg

20120606-000305.jpg

20120606-000322.jpg

20120606-000336.jpg

Peccato poi che proprio l’indicazione del nome del reparto sia quanto di più scopertamente razzistico possa esistere.
(che ovviamente per dimostrarsi di intenzioni politically correct sembra che basti evitare di nominare il oltre della pelle……..)

20120606-000507.jpg

Una visita a quello che fu il Ground Zero e, prima ancora, il World Trade Center, è dovuta, ogni qual volta si va a New York.
Non è mai stata, almeno per me, pornografia dell’orrore. Quella gli americani te la impediscono in modo pratico, eliminando velocemente tutto quello che potrebbe lasciare spazio ad una contemplazione malata e patologica; e creando invece memorial appositi, didatticamente e politicamente studiati, che trasmettano valori, ricordi, emozioni e costruiscano una memoria scelta e voluta in un certo modo, in una certa direzione, che spesso va a sovrapporsi a quella reale.
Vedere i Memorial delle guerre, a Washington, per capire cosa voglio dire (ma li vedremo insieme in un prossimo post).

Per me che ho visto il World Trade Center in tutto il suo arrogante splendore, una torre di Babele della finanza che sfidava la stessa Manhattan; per me che ho visto Ground Zero come ferita aperta, voragine di orrore (ed era davvero impressionante); per me che l’ho visto come il cantiere della rimozione, demolizioni e lavoro per cancellare, adesso vedere la costruzione e trovarsi davanti alla nuova torre che già svetta e che riconosci da lontano, è quasi altrettanto shoccante.

20120529-102225.jpg

20120529-102257.jpg

20120529-102327.jpg

20120529-135303.jpg

20120529-135413.jpg

20120529-135444.jpg

20120529-135537.jpg

20120529-135600.jpg

Nel luogo, poi, dove sorgevano le Twin Towers, ci sono ora due enormi vasche che formano due cascate d’acqua che spariscono nella terra. Una scelta molto suggestiva e forse la meno magniloquente possibile.

20120529-140758.jpg

20120529-140825.jpg

Nelle immediate vicinanze, poi, la St. Paul Chapel, miracolosamente sopravvissuta a crolli e distruzioni, che servì da quartier generale e da luogo di sosta per i vigili del fuoco, ormai trasformata in un Memorial essa stessa.

20120529-142613.jpg

20120529-142631.jpg

20120529-142651.jpg

20120529-142719.jpg

20120529-144613.jpg

20120529-144650.jpg

20120529-144717.jpg

20120529-144735.jpg

20120529-144837.jpg

20120529-144854.jpg

20120529-144908.jpg

20120529-144923.jpg

20120529-145008.jpg

20120529-145031.jpg

20120529-145057.jpg

20120529-145123.jpg

Ho preso in prestito il titolo del post da una di queste mostre diffuse che sono attualmente in corso al Museum of Fine Arts di Boston.
“Please, be seated”, cioè “Prego, sedetevi”. Il contrario, cioè, di quello che si trova in genere scritto in tutti i musei: vietato toccare, vietato sedersi.
Una mostra diffusa, vale a dire sedie e sedili di varia foggia e materiale, design o opere d’arte così intese, pezzi unici, sparsi qua e là per il museo, spesso in luoghi strategici proprio per la sosta, con questo richiamo solo, la dicitura “please, be seated” a collegarli fra loro.

Ma non solo pezzi appartenenti alla mostra.
Tanti oggetti e tanti modi di riposarsi.

Anche Dio il settimo giorno si riposò.

20120603-205749.jpg

20120603-210055.jpg

20120603-210212.jpg

20120603-210402.jpg

20120603-210623.jpg

20120603-211147.jpg

20120603-212222.jpg

20120603-212436.jpg

20120603-212600.jpg

20120603-212808.jpg

20120603-212843.jpg

20120603-213018.jpg

20120603-213058.jpg

20120603-213220.jpg

20120603-213431.jpg

20120603-213538.jpg

20120603-213549.jpg

Dopo la naturale passione giovanile (giovanilissima, per quanto mi riguarda: me ne ero già stancata verso gli ultimi anni del liceo) per gli impressionisti, tendo a selezionarli, a scegliere solo qualche cammeo, a passare con aria di sufficienza per le sale sempre affollatissime dei musei che li ospitano.

Di tutti forse Renoir è proprio quello che mi piace di meno, ripetitivo e banale, la banalizzazione di se stesso, del mito dell’ “en plein air”, delle bis-bis-nipoti di Tiziano.

Ma certo ogni tanto si dà un’eccezione, come nel caso dei tre balli.

Image

Le Déjeuner des canotiers / Luncheon of the Boating Party, Washington, Phillips Collection

Image

Image

Image

Image

Image

Image

Forse più del dipinto colpisce la maniera in cui esercita fascino sugli altri, i contrasti e le similutidini tra arte e vita.

Image