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Archivio mensile:febbraio 2013

La cosiddetta “Rotunda” è il cuore della National Gallery of Art. Una immensa sala in marmi bianchi e neri, con fontana al centro e coperta da una cupola che vuole imitare il Pantheon.

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La Rotunda è spesso decorata di bellissime composizioni floreali che ci vengono annunciate e descritte con e.mail molto poetiche, ma anche ricche di riferimenti storici.
Che io apprezzo molto, devo dire, in quanto mi fanno capire qualcosa di più di questo popolo desideroso di storia, tanto da crearsela anche dove noi non la vediamo. E desideroso di bellezza, di decoro, di quello che, con tecnicismo brutto e abusato, noi chiamiamo “valorizzazione”: curare anche il particolare, la cornice, il contesto del veramente bello e veramente artistico che di ha.

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Da ieri al 20 marzo (quindi esattamente fino alla vigilia dell’inizio astronomico della primavera), la Rotunda è addobbata con queste meravigliose azalee.
Che hanno un nome, come le nostre borse di ricerca, come le collezioni, come le fondazioni filantropiche: si chiamano Azalee Ames-Haskell.
Come i due esploratori e botanici, John Ames e Allen Haskell, che portarono le azalee Kurume dal Giappone negli Stati Uniti nel 1916.

Godiamoci questo splendore, sperando che sia davvero un anticipo di primavera.

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Più modestamente, ma anche alcuni banchi del Farm Market di domenica scorsa provavano a dare un augurio (e una spinta) alla stagione

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Sì, days, al plurale.
Perché noi, per fare questo casino che abbiamo fatto, ci mettiamo anche due giorni. Quasi ci stessimo a riflettere di più!

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Qui dove sono io, mi guardano un po’ con commiserazione, un po’ cercano di farmi coraggio. Ci sono persone di moltissime nazionalità, ma tutti, assolutamente tutti, avevano ben chiaro per chi non avremmo dovuto votare. E per tutti (ma più ancora per me) è altrettanto incredibile pensare ad un’Italia così.
Mi hanno definito la nostra situazione come uno “smash and grab” (sfascia e arraffa).
Rende l’idea e anche l’onomatopea è azzeccata.
Assentisco e inghiotto amaro, tanto amaro.
(Quasi quasi partecipo alla prossima lotteria per la green card)

Dupont Circle è un bel quartiere storico, residenziale e un po’ bohémienne, della zona nord di Washington (DC, sempre e rigorosamente), pieno di belle case di fine ottocento a due-tre pani in mattoni, vie alberate e qualche museo, di quelli da rimanere a bocca aperta, come la Phillips Collection.
Oggi però non vi parlo di musei, ma di mercati. Che, chi mi conosce lo sa bene, sono un’altra delle mie sconsiderate passioni. In fondo c’è lo stesso gusto, del passare da una sorpresa all’altra, tutte accatastate insieme, molte nascoste o misconosciute. Con in più la possibilità dell’acquisto (della collezione, direi)

A Dupont Circle, tutte le domeniche, si tiene un mercato di generi alimentari, di prodotti di fattorie biologiche. Una specie della Conf. Coltivatori Diretti, che però da noi ha poca allure e sembra una cosa tristanzuola, da retrobottega della casa del popolo di Rifredi. Qui invece è il non plus ultra dello chic (e del radical chic).

Basta vedere i prezzi. Oggi li ho fatti morire del ridere dicendo che mi volevano far pagare anche l’aria che respiravo…..che da noi si dice, ma immagino che per un americano sentirsi dire “Come on: you are trying to charge me also the fresh air”, non sia proprio comune…

Basta vedere la gente che lo frequenta: ex-hippies, intellettuali smessi, finti butteri maremmani (o forse montanari degli Appalachi), signore bio dalla testa ai piedi e una valanga di vegetariani vegani (tanto che gli producono appositamente anche panacee al posto del formaggio o delle uova).

Eccovi un po’ di iconografia locale. Spassosissima.

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Questo “Cavolo Dinosauro” non è altro che il nostro, domestico, cavolo nero!

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Ma un po’ di lardo, appena appena, non può mancare, nemmeno in un luogo così chic e alternativo.

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Così come questi durissimi, stecchiti, bastoncini di carne di bufalo.

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Poi dei calzini di lana grezza, una cosa da tortura cinese o da quaresima dei frati trappisti, ve lo assicuro, avendoli tastati.

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Poi, siccome siamo “biologici” ma moderni, eccoci anche sui social network!

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E per concludere volevamo privarci della pizza? Non sia mai!
Pizza da colazione!
(Per noi un po’ come tutti quei cavoli di sopra, ma a merenda!)

Certo che di cose che brillano, qui, ce ne sono molte.
Per esempio i fondi oro e le decorazioni dei dipinti alla National Gallery
(tutti quelli italiani, almeno).

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Nardo di Cione

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Il Maestro della Vita di San Giovanni Battista

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Agnolo Gaddi

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Lippo Memmi



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Giovanni di Paolo

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Duccio di Boninsegna

Poi c’è un’altra ricchezza, quella vera, intrinseca e economica che poggia su una moneta ancora molto forte (anche se non come una volta).
Comunque abbastanza da cercare di affossare il nostro virtualissimo Euro (questa la mia opinione sulla crisi monetaria internazionale. Se sentite un americano, però, vi dirà esattamente il contrario)

Ed ecco la fonte della ricchezza in “currency” (vale a dire in denaro corrente, la valuta):

 

Questo “sacro luogo” (perché ogni nazione ha i templi che si sceglie e si merita) è chiamato il Bureau of Prints and Engravings.
Che io, fissata come sono, credevo fosse un museo di stampe e incisioni, nel senso artistico del termine.
E invece è, molto prosaicamente, la ZECCA, la stamperia di denaro.

Il dio dollaro.
Che presenta un inconveniente GRAVISSIMO per la gente “ciecata” come me: produce banconote tutte assolutamente identiche per grandezza e colore le une alle altre. Insomma, se non hai occhiali, rischi di pagare 100 dollari una corsa in taxi da 5!

Ma guardiamoli da vicino, che danno una idea del patriottismo locale, molto di più delle nostre astrussissime iconografie dell’Euro, per le quali, anzi, ci si è voluti mantenere sul generico e l’astratto.

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1 dollaro = George Washington
(non D.C., Washington e basta)

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2 dollari = Thomas Jefferson
(ma io non l’ho mai vista questa banconota. Sarà! Con Jefferson c’è sempre da rimanere fregati)

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5 dollari = Abramo Lincoln
(certo potrebbero aggiornarlo e metterci Daniel Day Lewis, ora)

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10 dollari = Alexander Hamilton
(mi dicono fosse un Tremonti locale)

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20 dollari = Andrew Jackson
(uno dei tanti presidenti a noi ignoti)

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50 dollari = Ulysses Grant
(mi pare avesse un ruolo in “Via col Vento”, ma non vinse l’Oscar)

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100 dollari = Benjamin Franklin
(che poi, se hanno scelto, per la banconota di taglio più grande, l’inventore del parafulmine, un senso deve esserci)

E per concludere questo post venale, voglio ricordare qui, tra le monetine, solo il mitico PENNY, l’ONE CENT:

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altrimenti noto come il NUMBER ONE di Zio Paperone

Mi capitano di continuo le battutine di amici e parenti sui miei presunti incontri con Barack Obama. O almeno l’esortazione a portargli i saluti di questo e quello.

Va bene: mi tocca.
Ma in realta’ questa volta ci sono andata vicino vicino, fuochino fuochino.

Il presedente e la moglie sono venuti a cena a 50 metri da casa mia, in una supervippissima, nuovissima location della movida washingtoniana, Barmini, della stella degli chef americani (!), Jose Andres.

Che e’ poi spagnolo e la cui fama si basa sulla “cucina molecolare“.
Il nome della filosofia gastronomica e’ gia’ tutto un programma di suo.
Certo non si corre il rischio di ingrassare (anche se lo chef, a giudicare dalla foto, mi pare pienotto, non solo di portafoglio, ma anche di stazza)
Ma si sa che Michelle a queste cose del peso e’ molto attenta. (Absit iniuria verbis)

Dall’esterno tutto appare minimal, si fa persino fatica a capire se il bar-ristorante e’ in funzione o no.
Le vetrine sono a prova di curiosi, con un rivestimento panna che a mala pena fa filtrare la luce.

All’interno invece, ci si sbizzrrisce, con un arredamento fra il funzionale, l’orrorifico e il ridicolo

barmini_Interior-1_By-Ken-Wyner

Funzioanlistico e minimal il bancone e le sedie alte (quasi Ikea)

Ma da Rocky Horror Picture Show la parete:

hands

 

 

Un po’ strano questo divano

couch

che ispira tutto tranne che il riposo.
sara’ fatto apposta per scoraggiare gli avventori a trattenersi troppo a lungo?

Comunque, cuoco e famiglia Obama si conoscono da tempo. Jose’ e’ certo il favorito del presidente che lo invita spesso alla Casa Bianca.

(ma le vedete queste donne americane, in sandali anche a Natale????)

E la sera di San Valentino la coppia presidenziale era a cena sotto casa mia (se cosi’ si puo’ dire).
Me ne sono accorta (e con me molti turisti e un po’ di washingtoniani doc) dal dispiegamento di forze dell’ordine, in pieno stile hollywood che avevano chiuso le strade intorno.
Per un attimo ho sperato in George Clooney, devo dire la verita’.
Ma mi sono dovuta ricredere per via che lo spiegamento era davvero massiccio.

Una mezz’oretta di attesa, mi ero anche conquistata la pool position….e invece, impetosamente, i poliziotti hanno fatto arrivare una supermegacamionetta a tre piani a coprire l’uscita del ristorante, hanno fatto salire la vettura presidenziale sul marciapiede e via!
Si sono “rubati” Obama e Michelle, in un soffio ed un turbinio di lampeggianti.

Siccome tutto quello che sono riuscita a fotografare sono le teste dei poliziotti, vi metto qui la foto di repertorio della First Couple

(A proposito: sto cercando questo vestito di Michelle per mari e monti; anzi: oceani e Montagne Rocciose. Se qualcuno sapesse dove lo posso comprare, gliene sarei grata)

Si sa, l’Italia ha almeno il primato del buon cibo, nel mondo.
E gli Stati Uniti vanno pazzi per quello che è italiano. O meglio: per la “loro” idea di Italia.

E anche col cibo mettono in opera quello spirito di conquista e colonialista che li ha resi il paese che sono: grande, enorme, potente, pieno di orgoglio per le proprie risorse economiche morali e militari…..e innegabilmente carta assorbente, che prende il meglio possibile del mondo circostante per poi trasformarlo a proprio uso e consumo e riadattarlo al proprio modus vivendi.

Eccoci quindi alle sempre godibilissime visite ai supermercati, cercando tra gli scaffali qualche cibaria italiana (sì perché quest’anno con me c’è anche il mio figlio Numero Quattro e con lui non si scherza: si DEVE mangiare italiano!).

Ecco allora la mitica pasta italiana.
con la marca ci siamo, ma che buffo vedere i nomi in inglese!

cut spaghetti

Thin Spaghtti Thick Spaghetti elbows

Qui si comincia con le marche locali
(sempre santi, mi raccomando: come si sa siamo un popolo di santi, navigatori e poeti)

san giorgio

E un nome che solo vagamente sembra italiano…chissa’….

egg pappardelle

Accanto alla pasta si vende anche l’immancabile colapasta, un “arnese” che evidentemente non e’ proprio comune qui, che va comprato ad hoc.

colapasta

E poi i condimenti per la pasta
Notare le marche: per essere italiano devi chimarti per forza “Da Vinci” (coime il Codice). Peccato che Leonardo non si chiamasse cosi’, ma quella fosse solo una indicazione di provenienza e venisse cosi’ indicato in quanto figlio illegittimo del padre notaio. Altrimenti sarebbe stato un comunissimo “di ser Piero”, meno IN, certamente, meno adatto ad un Codice e ad una marca di mangiare vaghissimamente italiano

Da Vinci p[esto Da Vinci verde ragu sughi

Qui si comincia a svarionare.
Qualcuno di voi ha mai mangiato a casa della mamma o della nonna una pasta al sugo di Vodka????
bello poi questo essere affiancato al trivialissimo sugo alla puttanesca.
Come dire Anna Karenina accanto alla Samantha del Grande Raccordo Anulare.

Poi un condimento per la carne alla brace, un ‘dressing” allo stile del nord Italia (mah!) al sapore di basilico (sulla bistecca???) e di pecorino romano (ogni commento e’ superfluo).

dressing northern italy

Poi questa chicca per palati raffinati: Dovrebbero essere tortelli alla zucca.
E gia’ il nome ‘SQUASH” e’ tutto un programma, come onomatopea, per noi.
Ma vi consiglio di leggere attentamente l’ingrediente aggiunto, il flovour, insomma: burro di noci.

Squash ravioli

E per concludere non potevano mancare loro, i 3 ambasciatori per eccellenza dell’Italia all’estero: Venere, l’olio e Botticelli.
In questo caso tutti insieme appassionatamente!

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Valentine e basta.
Senza il “santo” davanti.
Ormai politically correct, anche la festa si è adeguata e del vescovo antico patrono di Terni nessuno più si ricorda.
Valentines sono i bigliettini affettuosi e sorridenti, i dolci a forma di cuore e di baci, gli auguri.

Eccoli, allora.
Per tutti colori che ci sono cari: qui non è solo la festa degli innamorati, ma la festa di chi ti regala un sorriso, del “volemose bene”, della leggerezza di cuore e di vita.

Un po’ di gadgets

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Dolcezze varie

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Una foto famosa, scattata a Times Square

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(Anche se l’hanno di recente screditata, come un bacio rubato con la forza, quello che chiamano sempre e comunque “sexual arrasement”).

E poi la Ginevra de’ Benci, la bella giovane signora fiorentina di Leonardo da Vinci.
Perchè anche questo dipinto, non dimentichiamocelo, era un “Valentine”, un pegno d’amore.

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Ma non si può concludere senza I Peanuts, i dolcissimi personaggi di Charles Schultz che hanno fatto amare le tradizioni americane, Valentine compreso, ai bambino che eravamo.
Happy, sweet Valentine to you all!

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