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D.C.

Fare la First Lady è un vero e proprio lavoro, negli Stati Uniti, assurgere ad un ruolo importante e non solo decorativo, diventare una figura di riferimento, morale e d estetica.
E, in alcuni casi, anche politica, come hanno ben dimostrato Eleanore Rosevelt e, in modo ancor più spiccato ed individualista, Hillary Clinton.
Non ci metto molto a credere che anche Michelle Obama possa in futuro fare un pensiero ad una carriere politica, tanto pare determinata, socialmente dedicata e perfetta dal punto di vista dell’immagine e del marketing.
Oltre tutto ha saputo porsi (e riciclarsi) come una vera fashion icon American style, come non se ne vedevano dai tempi di Jacqueline Kennedy.

A questo proposito è interessante studiare l’evoluzione dei costumi e della proposta femminile che si riesce a cogliere dallo stile personale (ma certo molto studiato e suggerito da un apposito staff) delle First Ladies degli ultimi 50 anni, in una situazione ufficialisima ed iconica come il ballo della inaugurazione presidenziale.
Si scoprono mondi e si fanno raffronti generazionali.

JACQUELINE KENNEDY

Nel 1961, l’allor trentunenne bellezza della East Coast si guadagnò lo status di fashion icon entrando al braccio del marito, John F. Kennedy, indossando un abito bianco e un mantello realizzati su suo stesso modello.

L’abito era semplicemente splendido, sottolineava la figura perfetta della giovanissima First Lady, donando grazia col motivo del semibolero in chiffon che in parte minimizza il motivo a intarsi preziosi del top.
Si notino i lunghissimi guanti a compensare l’effetto delle braccia nude.
Una scelta cui non si possono fare critiche di sorta, che il tempo non ha appannato.

LADY BIRD JOHNSON
L’allora 51enne, texana, nota col soprannome di “Lady Bird” (vero nome Claudia), scelse di dare un tocco di luminosità al ballo dell’inaugurazione del mandato del marito, Lyndon B. Johnson, nel 1965, con questo abito di seta gialla (con guanti in tinta sottotono) e scarpe adeguate.

Strati sovrapposti di maionese, mostarda e crema al limone andata a male (si sarebbe detto da noi).
Ma all’epoca negli Stati Uniti queste tinte brillanti, da cartone animato, spopolavano.
Vi ricordate gli abiti del film della Disney “Magia d’estate”, proprio di quegli anni? Io e mia sorella ne eravamo affascinate, da bambine

PATRICIA NIXON
Nel 1969, la 56enne Patricia celebra il mandato del marito Richard Nixon con un abito giallo pallido di satin abbinato ad un giacchino corto, ricamato.
Guanti bianchi alla Al Capone.

ROSALYNN CARTER
Probabilmente per dare un tocco di austerity al periodo di crisi economica che segnò il mandato presidenziale del marito, Rosalyn Carter nel 1977, a 49anni, fece una scelta di “riciclo”, presentandosi alla festa della inaugurazione con un abito già indossato nel giorno in cui Jimmy Carter era diventato governatore della Georgia, 7 anni prima.
Non che l’abito in sé fosse questo segno di austerità, comunque: una cappa di chiffon sontuosamente e pesantemente decorata da bordure ricamate in oro, su un abito sempre di chiffon, blue.

Comunque nella foto si fa notare la figlia, Amy, all’epoca di 9 anni.
Già non bellissima di suo, la poverina sembra uscita da un film di Harry Potter, con quegli occhialoni tondi e la cappa viola di velluto.

NANCY REAGAN
La moglie di Ronald Reagan, all’epoca 59enne, diede il via ad una nuova epoca di glamour alla White House, a partire dal 1981
Evidentemente erano anni, quelli, anche oltre Oceano, di fasti da nuovi ricchi: poco gusto e molta ostentazione; gli anni, per intenderci, in Italia, di Craxi e della “Milano da bere”.
Al primo mandato presidenziale, Nancy si presentò con questo abito molto teatrale, in pizzo, fasciante e con una spalla nuda.

Al secondo mandato è evidente che sono passati gli anni (in senso anagrafico: un invecchiamento forte, se si pensa che si tratta solo di 4 anni!) e la zarina d’America deve “accontentarsi” (si fa per dire) di un completo più tradizionale, spezzato, ma pur sempre bianco e tempestato di pietre brillanti. Sempre fedele al suo stile di abiti a tubino, Nancy sapeva indubbiamente quale era la linea che la valorizzava, particolarmente adatta ad una figura “petite” che non si sarebbe certo avvantaggiata di eccessive aggiunte tipo gale o fiocchi o volant, puntandoinvece su tessuti di estremo (eccessivo) pregio.

BARBARA BUSH
Barbara Bush aveva 63 anni all’inaugurazione della presidenza del marito, nel 1989, non faceva niente per nasconderli, ma devo dire che il suo stile e la non-chalance con cui ha sempre portato la chioma bianca (che le ha valso l’appellativo di Silver Fox) erano gradevoli. Naturalmente soldi e accessori aiutano (vedere il triplo giro di perle ENORMI)
Ma anche una scelta coraggiosa, come il blu acceso di questo abito, cucitole addosso per nascondere e valorizzare, è da ammirare.

HILLARY CLINTON
Mai amata questa donna: fredda, calcolatrice, divoratrice della carriera altrui, arrampicatrice e cattivissimo role model per le donne americane (si veda la grottesca vicenda di Monica Lewinsky).
L’abito di pizzo di Oscar de la Renta, indossato a 45 anni di età, nel 1993, era viola: un segno delle traversie di là a venire?

LAURA BUSH
La moglie di George W. Bush sembrava avere molti problemi a confrontarsi con gli ingombranti modelli delle First Ladies che la avevano preceduta. Le scelte di due abiti così diversi, il rosso acceso del 2001 e il bianco tempestato di pietre preziose e vagamente trasparente e rivelante del 2005, per niente in carattere col suo tipo di bibliotecaria quasi dimessa, dimostrano come fosse ostaggio di consiglieri non avveduti, che ragionavano per categorie e non in base alla persona che avevano davanti.

MICHELLE OBAMA
E infine l’attuale First Lady, la creazione (molto individuale e indipendente) di un modello senza altri modelli precedenti, per tipo fisico, per caratteristiche sociali profondamente mutate, per desiderio di conferire a Michelle un senso di rottura con la tradizione e di novità assoluta anche in tema di abbigliamento.
Le due scelte delle due feste della inaugurazione dimostrano una evoluzione del pensiero e dello stile di Michelle e il suo sentirsi a maggior agio nel progredire della carriera.

Lo so, non sarà certo un post straordinario, ma avete mai visto uno scoiattolo BIANCO??

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Sapevate almeno che poteva esistere?
Ce n’è uno proprio davanti a Hogwarts, vispissimo, che salta di albero in albero.
Quasi quasi lo prendo come mio animale magico ed essendo bianco/bianca, lo chiamo EDVIGE, come la civetta bianca di Harry Potter.

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È forse il più recente dei Memorial sul Mall, risale appena al 2011.
Anche se LUI fu ucciso nel 1968.

Ma si sa, nonostante il simbolo che fu in vita e soprattutto che diventò dopo la morte, certi pregiudizi sono duri a morire.
Forse non tanto il pregiudizio razziale quanto quello che dopo la sua morte abbia avuto inizio per l’America (soprattutto per certe città, Washington D.C. compresa) un periodo di disordini, di violenza, di caos civile quasi inarrestabile.
Come se questo potesse essere imputato alla vittima-simbolo di questa barbarie. Ma di fatto così si pensa.

Quindi il Memorial arrivó solo in coda a molti altri, non a caso durante la presidenza di Obama.

So che è stato ed è opera molto controversa, ma a me è piaciuta molto.
Per cominciare ci sono, sul granito nero che circonda l’aerea, frasi prese da discorsi celebri di MLK.
Questa della memoria del discorso è una scelta molto caratteristica in USA. Ho forse già detto altrove come questi discorsi dei capi politici siano memorabilia da collezionare, siano considerati parte della storia e non propaganda spicciola da dimenticare dopo poche ore, o minuti, come da noi.

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L’idea dominante è quella del masso di granito bianco, la montagna del pregiudizio, da cui si stacca una pietra enorme, prioettata in avanti dalla sua stessa energia, che contiene, encapsulata, la figura di Martin Luther King che ne emerge, ancora in parte prigioniero, ma fortemente determinato.

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A scolpire la figura di MLK e’ stato un artista cinese, Lei Yixin, che e’ stato accusato di averlo rappresentato troppo simile a Mao

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Ma certe sensazioni ed assimilazioni sono molto personali.
A me faceva venire in mente, invece, l’idea michelangiolesca intrappolata nella materia.
Resta il fatto che il simbolo è grandissimo e certo, almeno per noi non-americani, maggiore dei tanti che si incontrano su e giù per il National Mall.

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Il 16 aprile, è una ricorrenza importante in Washington DC: è l’Emancipation Day, vale a dire l’anniversario del giorno in cui, nel 1862, Abramo Lincoln firmò il Compensated Emancipation Act, una dichiarazione di liberazione per gli ancora 3000 schiavi che vivevano nel District of Columbia.
L’atto avvenne ancora in piena guerra civile e fino alla fine di questa, nel 1865, la schiavitù non fu ufficialmente abolita negli Stati Uniti. Ma certo l’atto di Lincoln fu importantissimo e stabilì in maniera inequivocabile che uno dei portai della guerra civile sarebbe stato anche questo, la liberazione definitiva o la permanenza in schiavitù degli afromaericani.

Una data ai nostri giorni ancor più significativa, dato che abbiamo un presidente afroamericano.

Il giorno viene celebrato con una grande e colorata parata per le vie della città.
Ma ieri il festeggiamento ha avuto una dimensione in più, all’indomani delle bombe della maratona di Boston: il senso della liberazione dalla schiavitù della paura.
E il senso di questa America che non si arrende mai, che scende in piazza a festeggiare, vecchi e bambini, belle ragazze, scolaresche, bande militari e figuranti in costume, con un senso della storia e della propria identità, anche quella acquisita, che davvero non possiamo far altro che invidiare loro.

Ed ecco un po’ di foto:

 

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Qualcuno aveva dato ordini diversi, ma non tutti lo sapevano.
Non lo sapevano gli studenti che contavano le settimane all’arrivo delle sospirate vacanze estive.
Non lo sapevano i negozi, con le vetrine piene di primaverili abitini dai colori pastello.
Non lo sapevano gli alberi ed i fiori che si ostinavano a tentare di tirar fuori boccioli teneri e indifesi, che non riuscivano a fiorire e sembravano rattrappirsi sotto il vento freddo.

Non lo sapevamo noi, con gli abiti invernali che cominciavano a chiedere pietà, le scarpe sempre bagnate di pioggia, gli ombrelli sfiniti dal gran lavoro, guanti sciarpe e cappelli sempre pronti, in attesa, accanto all’attaccapanni.

Qualcuno aveva dato l’ordine, sì: l’ordine di ricominciare da capo con l’inverno.

Il calendario diceva “Marzo”, ma era di nuovo novembre.
A dire il vero sembrava più ancora un dicembre impietoso, crudele, con nessuna memoria dell’autunno. Un novembre già invernale, solo qualche ora di luce in più.

Ma una luce inesistente, grigiastra, un prolungamento del crepuscolo, un crepuscolo anche al mattino.

Quel giorno, poi, era perfino nevicato. Coltre bianca sotto quelle povere magnolie in boccio.

Neve tardiva?
Ma no, neve precoce. Sta nevicando in novembre.
E le magnolie in boccio?
Non hanno ricevuto l’ordine, non sono state avvisate.
Come “non sono state avvisate”?
Forse non hanno un indirizzo e.mail attivo.
Come non lo hanno? Ce l’hanno sì: magnoliatrees@pennsylvanyaavenue.com
Ecco l’errore: non e’ un indirizzo governativo. Bisogna fornirlo loro: dev’essere un “punto GOV”. In fondo sono o non sono impiegate statali? Impiegate di basso livello, ma pur sempre addette ad un compito governativo: addobbare la via delle parate.
Siamo d’accordo, ma chi vorrà mai fare marce o parate se siamo di nuovo in inverno?
Staremo a vedere. Intanto avvertitele, le magnolie. Non è dignitoso. Sembra quasi una ribellione, invece di ignoranza.
Sara’ fatto. Aggiungeremo anche un “Thank you for your continued patience and cooperation during this year’s protracted winter process”.

Ma chi aveva dato l’ordine?

Le congetture si inseguivano, su internet. Sì, perché i giornali, tutti più o meno governativi, come lo Washington Post, facevano da sottofondo discreto alla decisione che il governo aveva comunicato, cercando di distogliere l’attenzione del pubblico parlando di stupidaggini come la crisi budgetaria federale, il sequester.

Lo snob e wasp New York Times aveva protestato perché le regole politically correct delle alternanze erano state disattese. Ma giusto solo un poco: in fondo la nascita di una nuova minoranza, quella delle primavere in via d’estinzione, era una cosa cui plaudire.

Il Financial Times si era chiesto quale impatto potesse tutto ciò avere sulle borse. Ma si era presto rassicurato per via dell’impennata delle azioni delle industria delle apparecchiature riscaldamento, come sempre in barba ai protocolli di Tokyo e di Lisbona.

Dunque le ipotesi.

1) i catastrofisti si stracciavano le vesti rispolverando le vecchie teorie sul riscaldamento globale, anche se a dire il vero,non si capiva perché producesse tanto freddo.

2) i cospirazionisti avevano trovato inconfutabili prove che una setta giudaico-pluto-massonica aveva creato, in un misterioso laboratorio dell’Alaska medio inferiore, un virus letale che faceva ammalare le specie arboree diventate per questo incapaci di produrre clorofilla. Ne derivava una mancata ossigenazione dell’atmosfera, un ristagno dell’anidride carbonica, nuvole perenni,mancato irraggiamento solare, freddo.

3) gli arcanisti citavano l’adempimento delle profezie cabalistiche di Nostradamus, di Rasputin, di un sonetto di Shakespeare letto al contrario e saltando un verso sì e uno no, nonché la fine del calendario della Terra di Mezzo.

4) i mormoni dello Utah, gli Amish della Pennsylvania, i Mennoniti del Minnesota, i Sefarditi di Park Avenue e i Cavalieri di Colombo si accusavano gli uni gli altri di aver ceduto al modernismo, al revanscismo, all’integralismo, al bubbonismo.

5) Ophra scrisse un nuovo libro e comprò per l’occasione una nuova parrucca; in Italia Giacobbo fece un nuovo documentario sul potere dei Templari, Vespa si fece costruire un plastico dell’inverno, Matteo Renzi incolpò la classe politica di vecchie carampane, incapaci di lasciar posto ai nuovi germogli. Seracini cose l’occasione buona (non per tacere, quando mai!) per affermare che il freddo globale era una corrente d’aria proveniente dalla misteriosa intercapedine dietro cui si celava la Battaglia di Anghiari: sarebbe bastato buttare giù quello stupido Vasari che si interponeva fra lui e la gloria!

La cosiddetta “Rotunda” è il cuore della National Gallery of Art. Una immensa sala in marmi bianchi e neri, con fontana al centro e coperta da una cupola che vuole imitare il Pantheon.

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La Rotunda è spesso decorata di bellissime composizioni floreali che ci vengono annunciate e descritte con e.mail molto poetiche, ma anche ricche di riferimenti storici.
Che io apprezzo molto, devo dire, in quanto mi fanno capire qualcosa di più di questo popolo desideroso di storia, tanto da crearsela anche dove noi non la vediamo. E desideroso di bellezza, di decoro, di quello che, con tecnicismo brutto e abusato, noi chiamiamo “valorizzazione”: curare anche il particolare, la cornice, il contesto del veramente bello e veramente artistico che di ha.

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Da ieri al 20 marzo (quindi esattamente fino alla vigilia dell’inizio astronomico della primavera), la Rotunda è addobbata con queste meravigliose azalee.
Che hanno un nome, come le nostre borse di ricerca, come le collezioni, come le fondazioni filantropiche: si chiamano Azalee Ames-Haskell.
Come i due esploratori e botanici, John Ames e Allen Haskell, che portarono le azalee Kurume dal Giappone negli Stati Uniti nel 1916.

Godiamoci questo splendore, sperando che sia davvero un anticipo di primavera.

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Più modestamente, ma anche alcuni banchi del Farm Market di domenica scorsa provavano a dare un augurio (e una spinta) alla stagione

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