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homeless

Un modo forse più carino di definire i “barboni”.
O forse più cinico, burocratico: non saprei: senza fissa dimora.

Ce ne sono tanti. Soprattutto neri, molti giovani, ma soprattutto gente di mezza età, gente senza speranza. Forse precocemente invecchiati, chissà.
Fra tutti mi hanno colpito due, di cui però non ho nessuna foto.
Uno giovane, che giocava con l’Iphone.
E uno che si era preparato, sul giaciglio, anche alcuni libri di poesie.

Molti girano così, avvolti in pezzi di moquette:

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Due signore di origine asiatica si sono fatte due appartamenti confinanti su due panchine di Pennsylvania Avenue e spesso conversano, giocano a carte, sembrano quasi imitare una vita normale

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Poi c’è la signora di un certo tono, con la borsa rossa:

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E il barbone Maori (come lo chiamo io, enorme e tatuato)

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Mi ricorderò sempre, con orrore, la prima volta che sono stata a Washington, il commento di un taxista nero (l’ultimo livello della scala sociale di questa America di poveri) davanti ad una fila di barboni che andavano a prendere un pasto caldo da una associazione caritativa. Me li indicò e disse : “Homeless: lazy people”. Cioè “Senza tetto: gente che non ha voglia di lavorare”.

Dal che si evince che discriminazione e razzismo non hanno patria né razza, né sono appannaggio di un ceto o un censo.
Come diceva Bellavista: “Si è sempre meridionali di qualcun altro”.

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