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NYC

In un mondo sempre più omologato,in cui anche i bambini sembrano essere preda dell’elettronica, scoprire che giocano ancora con i mattoncini della Lego è stato un sollievo.

Indovinate dov’è questo negozio:

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Esatto, proprio a Rockefeller Center

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È così davanti alla famosa pista di ghiaccio, ci sono montagne di mattoncini, semplici e complessi, raggruppati per dimensioni, per colore, ma anche composti abilmente a formare vere opere d’arte

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Poi, naturalmente, i piccoli paesaggi urbani e i piccoli personaggi

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E le storie mutuate dal cinema:

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Questo mostraccio puzzolente, chi lo riconosce?

E questo recentissimo eroe?

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È inutile, tanto sono sempre i cattivi ad essere più riconoscibili.
Ve ne propongo tre:

1.

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2.

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3.

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Una scatola di mattoncini a chi indovina!

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E parlando di fortune, ecco cosa ho trovato a New York in un freddissimo week end di inizio marzo:

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La mostra quasi perfetta.
Che mio figlio ha immancabilmente definito “La peggiore cui tu mi abbia trascinato”!

Invece era fascinosissima: un cumulo impressionante di dipinti di altissima qualita’ di impressionisti e post impressionisti e abiti VERI, dell’epoca, quelli che si ritrovano nei ritratti, nelle scene en plen air, nelle rappresentazioni dei salotti parigini.

Una chicca.

Questo l’ingresso alla mostra, con la suggestione del bellissimo abito a strisce marroni e verdi, una pesantissima seta che sembra ancora frusciare, pur dal manichino immobile, tanto e depositato nella nostra memoria il movimento interrotto, il gesto studiato eppure spontaneo con cui la moglie di Monet, Camille, viene ritratta nel suo camminare e voltarsi, come per rispondere ad un richiamo. Una istantanee da eternita’.

Claude Monet, Camille

E poi ancora il Luncheon on the grass di Monet, con davanti un vestito estivo, in piquet bianco, identico a quelli indossati dalle protagoniste del dipinto.

Impressionism, Fashion, and Modernity

O la amatissima moglie di Bartholome’, ritratta sulla soglia fra serra e giardino, quasi un presagio della morte imminimente che l’avrebbe colta di li’ a pochi anni.

E il vestito, esattamente quel vestito, conservato dal pittore in sua memoria, e cosi’ giunto fino a noi.

Albert Bartholomé, Dans la serre ou Madame Bartholomé 

E i corsetti (mamma mia, che invidia di quei vitini di vespa!)

quelli veri e quelli dipinti:

Before the Mirror

Edourad Manet, Before the mirror

E i ventagli:

quelli veri, quelli delle foto e quelli di Manet

Edouard Manet, Baudeleire’s mistress

E le due donne si somigliano tanto da poter pensare che siano la stessa persona!

Chissa’ perche’ a mio figlio la mostra non sara’ piaciuta.
Credo per i vestiti, solo per quello.
Perche’ poi si e’ innamorato perso di questo Monet alla Frick Collection. Di tutta la Frick ricordera’ per sempre solo questo paesaggio. Una scelta, a suo modo, sofisticata, direi:

Continuando con sporadici, ma “pregnanti” ricordi del mio soggiorno negli Stati Uniti, facciamo un breve excursus tra la moda locale.
Abiti da sera, sì, ma a poco prezzo!
In nessun luogo come nella patria del consumismo è invece presente e vivo il fenomeno del riciclare, del riproporre quello che si usa magari una volta sola nella vita.
Quindi abiti da sposa, sì, ma anche abiti da sera, di quelle serate eccessive, lustre, luccicanti, colorate, come solo qui si possono avere.
Le fiere vintage, il vintage stesso, ma anche l’introdurre nella categoria “vintage” epiche e mode sempre più recenti, trovano un grandissimo favore negli USA.
Chi non ricorda il favoloso basement di Filine’s a Boston? Malauguratamente chiuso (e per sempre!, pare) da pochi mesi.
Adesso l’indirizzo di riferimento a NY pare sia il Loehmann’s store, sulla Settima Avenue, tra la 16th e la 17th, West Side, zona Chelsea.
Pare si possano trovare affari colossali.
Sarà questione di momento, o forse di gusti: a me non è sembrato poi questa meraviglia, né dal punto di vista dei prezzi né da quello della scelta.
Comunque…..ecco un assaggio degli abiti da sera (giocando con l’inutilità):

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Per finire una chicca: le scarpe!!!

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A Central Park non ci sono solo i Memorial di personaggi celebri.
Passeggiando lungo i viali si incontrano ricordi di persone qualsiasi che hanno amato quel luogo e che, preparandolo in anticipo o grazie ad amorevoli eredi, sono ricordati in modo carino e minimalista.
Sulle panchine.

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I figli di coppie eternamente idealizzate, il solitario che amava passare lunghe ore nel parco, i caduti dell’11 settembre, un amabile ( e forse temibile) gruppo su vecchie amiche che si riunivano per pranzo….si potrebbe seguitare a lungo.

Chiudiamo con le foto di rito, matrimonio col Parco come quinta. Tutto il mondo è paese. Generazioni future guarderanno quelle foto e sarà in sassolino in più nel definire quel luogo come luogo della memoria, individuale e collettiva.

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( ma avete notato che sono quasi solo i cinesi a sposarsi?)

Anzi, nel “Parco” scritto con la lettera maiuscola, in Central Park.

Gli Stati Uniti, le città della East Coast, almeno, hanno avuto, fin dalle loro origini, bisogno di un “parco”, un’aerea verde comune da adibire a luogo di incontro, di svago collettivo, come il Central Park di New York.
Ma anche per pascolo e raccolta di fieno per chiunque volesse allevarsi un proprio gregge “cittadino”: e questo è il Common di Boston, dove pare che ancor oggi sia in vigore una legge che permette al bostoniano di andare a fare fieno nel parco, se vuole.
O parchi cella memoria, come il Mall di Washington DC, nato per essere luogo di parate, di celebrazione e di raccolta della storia della nazione.

Poi, ampliandosi le città e diventando questi parchi sempre più importanti nella vita collettiva, si sono popolati di memorie vere o elettive, di storie, di leggende, di fantasmi.
Il Common di Boston ne alleva di autoctoni, avendo dedicato una parte a cimitero, le cui lidi, cancellate e dimenticate dal tempo permangono, quasi spettrali memento mori della città.

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New York celebra in altro modo, storie vere e storie inventate

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Hans Christian Andersen e il brutto anatroccolo

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Il cane Balto

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Alice in Wonderland, sempre carica di bambini arrampicati ovunque, sul cappellaio matto, sulla lepre marzolina, su Alice stessa….

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Il simbolico Padre Pellegrino

Per poi arrivare anche a memorie moderne

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Stawberry Fields, il Memorial di John Lennon, ucciso pochi metri più in là, davanti allo splendido (e spettrale Dakota Building in cui abitava, lungo il parco

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E oggi, devo dire, che di questo composto e veneratissimo luogo della memoria, quello che colpiscono di più sono le sue vestali

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Una visita a quello che fu il Ground Zero e, prima ancora, il World Trade Center, è dovuta, ogni qual volta si va a New York.
Non è mai stata, almeno per me, pornografia dell’orrore. Quella gli americani te la impediscono in modo pratico, eliminando velocemente tutto quello che potrebbe lasciare spazio ad una contemplazione malata e patologica; e creando invece memorial appositi, didatticamente e politicamente studiati, che trasmettano valori, ricordi, emozioni e costruiscano una memoria scelta e voluta in un certo modo, in una certa direzione, che spesso va a sovrapporsi a quella reale.
Vedere i Memorial delle guerre, a Washington, per capire cosa voglio dire (ma li vedremo insieme in un prossimo post).

Per me che ho visto il World Trade Center in tutto il suo arrogante splendore, una torre di Babele della finanza che sfidava la stessa Manhattan; per me che ho visto Ground Zero come ferita aperta, voragine di orrore (ed era davvero impressionante); per me che l’ho visto come il cantiere della rimozione, demolizioni e lavoro per cancellare, adesso vedere la costruzione e trovarsi davanti alla nuova torre che già svetta e che riconosci da lontano, è quasi altrettanto shoccante.

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Nel luogo, poi, dove sorgevano le Twin Towers, ci sono ora due enormi vasche che formano due cascate d’acqua che spariscono nella terra. Una scelta molto suggestiva e forse la meno magniloquente possibile.

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Nelle immediate vicinanze, poi, la St. Paul Chapel, miracolosamente sopravvissuta a crolli e distruzioni, che servì da quartier generale e da luogo di sosta per i vigili del fuoco, ormai trasformata in un Memorial essa stessa.

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