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shopping

Non c’è che dire: rispetto ai nostri prezzi qui si farebbero affari d’oro.

Se non che si rischia grosso con la stile. Soprattutto se si vuole vestire un po’ … non dico elegante, ma almeno “formale”….

una combinazione un po’ fru fru

l’erba del vicino è sempre più verde

eleganza retró (ma proprio tanto, retró….)

la figlia del capitano (del settimo cavalleggeri)

guardando all’Inghilterra (altra patria della moda, proprio, vero?

vola vola vola vola l’ape Maia

E per concludere una selezione di scarpette veramente carine….

righe

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Con qualche consiglio anche di moda maschile…

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Naturalmente il motto è “politically correct sempre”. E integrazione.
Anzi, costruire una società che sia “democratic and inclusive”.
Ma anche qui, come sempre, non bastano le parole. E spesso la società è “inclusive” solo di facciata (o, se vogliamo essere generosi) di volontà.
In realtà come sappiamo bene e proprio noi, paese di recente immigrazione, è il razzismo subdolo ad essere il più difficile da sradicarsi.
Capita quindi che negli Stati Uniti governati dal primo presidente nero della storia, i particolari siano illuminanti.
E certe lezioni si imparano dalla vita quotidiana, per esempio alla scuola dei grocery shops

Linee dedicate di prodotti di bellezza.
E fin qui…….

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Peccato poi che proprio l’indicazione del nome del reparto sia quanto di più scopertamente razzistico possa esistere.
(che ovviamente per dimostrarsi di intenzioni politically correct sembra che basti evitare di nominare il oltre della pelle……..)

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Uno dei lavori più fascinosi per le bambine della mia epoca, terzo solo dopo la ballerina e la parrucchiera, era quello della VETRINISTA.
Si entrava allora nell’era del boom economico, i negozi, sirene del consumismo nascente, cominciavano a mostrare un volto nuovo: non più solo l’indicazione di quello che effettivamente vendevano, ma un tentativo (primordiale se lo paragoniamo a quello che poi avvenne) di allettare i possibili compratori, creando una sorta di palcoscenico, un set da fotografo (i fotografi delle belle foto con mise en scene dell’epoca!).
E la “vetrinista”, parola nuovissima di conio, cui corrispondevano fantomatici corsi scolastici, era la vestale di questo nuovo rito, colei che componeva manichini, tendaggi, assortiva colori…..due volte l’anno: perché allora non é che le vetrine si facessero e disfacessero di continuo, come oggi.:)

Comunque, in questa epoca quasi post-consumistica (cosa che mi augurerei, a dire il vero, almeno da un punto di vista culturale) ecco alcune vetrine di un paese post-moderno.

Gli stili ormai si rincorrono e si confondono, vintage, integrato, fusion, minimalista, eccessivo.
Spesso con poco riferimento al “contenuto”: ma che importa se l’effetto, attirare l’attenzione, è assicurato?

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Me lo ero scordato dal post precedents. Eccolo:

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Post Scriptum:
Dopo i due primi commenti ricevuti, aggiungo due riferimenti iconografici:

la foto di Eisenstaedt in Times Square

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e il Bacio di Hayez

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Per il pranzo della recentissima Pasqua avevo deciso di invitare degli amici (due coppie che, insieme, fanno 4 nazionalità diverse, una tedesca, una cilena, un inglese/gallese ed un americano DOC), tre dei quali sono “scholars già ben trained”, non “training”, come me 🙂
Comunque: l’idea era di preparare un pranzo di Pasqua veramente italiano.
Ma per far ciò ci voleva un negozio che mi vendesse cibo autentico, non le contraffazioni immangiabili che vi ho fatto vedere finora, né i prodotti da importazione. Sì, perché ho scoperto che anche ditte nostrane, come per esempio la Barilla o la Lavazza, preparano e confezionano merce modificata per adattarla ai gusti americani.

Insomma, cerca che ti cerca, ho finalmente messo insieme un po’ di informazioni sparse su internet che convergevano verso un solo negozio, che promettentemente si chiamava Litteri ed era all’interno di un’area di mercato solo alimentare, periferico.
Mi sono armata di borse e sono partita.
Incontrando subito l’aria stupita e le domande di un taxista che mi chiedeva “Are you sure, Mad’m? It is not for you?”.
Io ero sicura, molto tranquilla, ma in effetti, appena arrivata sul posto ho capito che forse aveva ragione lui.

Il “mercato” è un agglomerato incredibile di baracche e vecchi magazzini, che si presenta malissimo ed è frequentato ancora peggio.

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A prima vista, solo “negozi” indiani e cinesi

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Poi, finalmente, eccolo, il mitico “Litteri”, la mia agognata meta

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Convengo che dall’esterno non sia un granché……e nemmeno l’interno, in realtà ….

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Una botteguccia uccia uccia, stipata all’inverosimile, come erano certi negozietti di paese degli anni ’60 da noi. Ma tutta piena di roba VERAMENTE italiana

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Da perderci la testa (dal disordine e dalla simpatia: un proprietario di una certa età che non parla una parola di italiano, immigrato di quarta generazione, che chiedeva a me i consigli, le ricette, le giuste pronunce e mi strizzava l’occhio sui prezzi, scontandomi tutto .
Insomma, una avventura carina, ma certo da affrontare solo per occasioni speciali

Nella mia ricerca di capire la Pasqua made in USA, ho fatto una ricerca nei supermercati.
Con il deludente risultato che di uova di cioccolato non ce n’era manco l’ombra.
Ai bambini americani propinano queste cose, come surrogato (in tutti i sensi):

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Poi, proprio a cercare bene, scopri che forse la Pasqua qui è più che altro la festa dei fiori

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Con qualche coniglio e pulcino nascosto in mezzo

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Si sa, il cibo italiano va molto per la maggiore, in tutto il mondo, e specialmente qui, negli Stati Uniti.
Ma certo in una accezione molto particolare.

Intanto deve essere tutto già pronto, non sia mai che ci si rovini la vita a preparare qualcosa.
Poi, naturalmente, un cibo italiano adattato ai gusti locali.

Questi, per esempio, sono i menù pronti per bambini:

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Queste più o meno le stesse cose per adulti e, quindi, di dimensioni maxi:

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Però il tutto va guarnito e allora: sotto con i condimenti!!!

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Comunque qualcosa di italiano si trova, di autentico, voglio dire…

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Ma a che prezzi…

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E di questo, per esempio, che ne dice il mio cugino Alberto?

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Fare la spesa (di cibo, intendo) in un paese stranieri è sempre una bella lezione di vita. Si impara più della cultura di un popolo e delle sue abitudini, manie, idiosincrasie e aspirazioni in un’ora ad un supermercato (qui rigorosamente “grocery shop”) che non in mille articoli di giornale.

Di tutte le foto che seguiranno prego notare in particolar modo le DIMENSIONI delle singole confezioni:

Latte, che si misura a galloni: la confezione più piccola è da 4:

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Succo di (improbabile) frutta: idem come sopra:

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Uova, la confezione piccola è di 2 volte 12=24 (cioè, come avrebbero detto nel Medioevo, “due serque”):

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Burro…..così, tanto per gradire, fa venire il colesterolo solo a guardarlo.
Notare quello in confezione liquida, probabilmente per permettere un migliore assorbimento

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Questo poi non voglio nemmeno sapere cosa sia!!!!

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E poi questa confezione di …. discendenti dell’iceberg del Titanic:

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Cioè sacchi di cubetti di ghiaccio già pronti per l’uso!