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Archivio mensile:maggio 2012

E dopo Renzo Piano….chi altri se non Norman Foster?!
Il Museum of Fine Arts di Boston si è rivolto al grande studio britannico per un rinnovamento che entra fin nel cuore, nelle viscere del museo vecchio, scoperchiandolo, dandogli nuova vita, attorcigliandosi intorno alla modesta, granitica realtà precedente.

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Ed ecco dunque “Norman Foster & partners”, secondo la dizione con cui appare:

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E poi i suoi lunghi corridoi che fasciano i fianchi del museo, vissuti come uno spazio di meditazione, di contemplazione dell’esterno pensando a quello che nelle sale si è appena visto, decompressione prima di immergerai, di nuovo, nell’abisso dell’arte

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Forse solo un uomo che sa creare ponti leggeri come sogni, poteva cercare di mettere in contatto arte e mondo.

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A Boston (e a Cambridge, Massachusetts – mai dimenticarsi che, come da noi in certe zone della Toscana, per esempio, il fiume -l’enorme fiume Charles, qui – divide due entità rivali e antagoniste -) ….
Insomma, qui dicevo, in questo privilegiato angolo del New England, stanno rinnovando i musei, con rispetto e amore, ma anche con scelte culturalmente coraggiose, chiamando alcuni dei più grandi architetti moderni a dire la loro concorrendo o mettendosi al servizio di un “antico” appena appena vecchio.

Ecco quindi Renzo Piano che realizza l’ala dei servizi, discretamente appoggiata alle terga della gran dama di Boston, Isabella Stewart Gardner.

Una aggiunta alla sua casa-museo, un mostro in forme veneziane partorito dalle menti superegotische della gran Dama e di Bernard Berenson, non è una cosa facile.

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Renzo Piano si è tenuto accuratamente lontano da ogni tentativo, non dico (e non sia mai) di imitazione, ma nemmeno di integrazione. I due corpi vivono distiniti, uniti ma anche separati da una sorta di camminamento coperto, tutto realizzato in vetro, che costringe ad una immersione per transitare dalla luce degli spazi di Piano al Museo antico, angusto, sovraffollato, un camerino degli orrori, una wunderkammer dell’horror vacui.

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La nuova ala è destinata principalmente ai servizi, a sale educative, agli uffici, a polo espositivo per l’arte contemporanea e ospita una incredibile sala da musica “in verticale”.

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Tutta vetri e rame ossidato, la Renzo Piano’s addition realizza quindi un bel contrato di colori tra la sua dominante verde e il rosso dei mattoni della costrizione antica.

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Chissà mai, poi, perché a me Renzo Piano continua a sembrare un architetto da aeroporti?!

Che Boston sia la più europea delle città della East Coast, a sua volta la zona più europea degli Stati Uniti, è un dato di fatto.
Anche quel che resta dell’architettura più antica (tracce del Settecento, le case di mattoni tra Ottocento e primi Novecento della Beacon Hill e del South End) parlano un linguaggio molto British. Ricordano una Londra popolare, a dire il vero, non certo edoardiana né tantomeno Regency, ma accontentiamoci!

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C’è poi una corrente tutta italiana di imitazione di architetture soprattutto veneziane o comunque adriatiche per in palazzi di prestigio di inizio Novecento, a Boston.
Dal cortile della Public Library:

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All’Isabella Stewart Gardner Museum:

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Questo altro palazzo che riprende Palazzo Ducale di Venezia

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E poi, sorpresa delle sorprese, c’è anche una imitazione di. Palazzo Vecchio.

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Una vecchia caserma dei vigili del fuoco (cui la torre serviva per le esercitazioni), adesso diventata un rifugio per homeless.

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Ma se la Battaglia di Anghiari gliela facessimo cercare lì????
🙂

Un’altra biblioteca, magnifica, nella più europea delle città della East Coast, Boston.

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Fondata alla metà dell’Ottocento, è la biblioteca pubblica più grande e ricca degli Stati Uniti, con una grande collezione anche di incunaboli antichi, di prime edizioni di Shakespere e poi di documenti originali della storia americana.

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Frequentatissima, aperta a tutti i residenti dello stato, vanta ancora un orario di apertura straordinario (tutti i giorni fino alle 9 di sera)

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Si può leggere e studiare in qualsiasi momento del giorno e della sera, nel cortile e nelle sale, ma soprattutto colpisce vedere la diversità di età e di interessi dei frequentatori. Come deve essere, se è vero che la cultura e la voglia di conoscenza non hanno età.

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Vecchio e nuovo, nuovo che sopravanza -certo- ma anche vecchio che trova un suo spazio, una sua dignità, se ce la fa a sopravvivere diventa quasi antico.
Ecco, New York riesce ad essere questa continua sorpresa, questo puzzle fatto di tessere così diverse che pare impossibile possano coesistere, eppure, miracolo!, ce la fanno.
E compongono una straordinaria immagine da caleidoscopio: frantumata eppure intera, coloratissima e che, come le tessere di una vetrata gotica, riflette e trasmette luce.

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New York è affascinante anche quando è la quintessenza del cattivo gusto ai limiti dell’orrido.
Times Square è una pazzia collettiva, l’incarnazione del Grande Fratello orwelliano e del Rocky Horror Picture Show concentrati in un unico tritacarne che sovrasta, annulla, stordisce.

Forse il suo creatore dovrebbe essere seppellito sotto una lastra tombale che recita i versi di Dante
” Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente”.

Eppure anche questo è un fascino, quello del circo Barnum del niente e del troppo, dell’essere repellente nel momento stesso in cui vuol essere accattivante e convincente.
Anche quello del dire: “Io qui, cosa ci faccio?”

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Una bellissima giornata di sole in una delle città più belle del mondo.
E sia detto senza esagerazione alcuna.
Raramente un solo luogo può contenere il tutto: New York ci va molto vicina.
E in mezzo a questo tutto, la pace del “parco” per eccellenza, il Central Park.
Pace relativa, perché solo New York sa essere caotica e rumorosa e viva in questo modo eccessivo e gioioso che straborda anche oltre i confini del verde.
Ma pace e piccoli sprazzi di memoria di luoghi noti per via di tanti e tanti film, luoghi anonimi, uguali a mille altri parchi al mondo, giochi di bambini, gelati a buon mercato…..ma poi alzi gli occhi e sono i grattacieli della Fifth Avenue a ricordati dove sei.
Al centro del mondo.

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In una città nata per essere il simbolo e la raccolta dei simboli della mitologia nazionale e del patriottismo, cogliere l’immagine domestica dei giochi dei bambini sotto il Washington Monument e la sua teoria di bandiere, dà tutta la dimensione del vivere una realtà domestica, incuranti della storia.

Il Mall come un qualsiasi giardinetto sotto casa.
E questo mi piace molto: la storia vissuta come retorica può essere un peso (nonché un pericolo).
La storia che fa da sfondo al quotidiano è solo un valore.
Di più perché questi bimbi sono neri.

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